Il Gattopardo

Genesi dell’opera e vicenda filologica

“…mi vidi presentare con un impenetrabile sorriso un quadernone già pieno ma senza titolo con la preghiera di leggere ad alta voce: era il primo capitolo del romanzo. […] Confesserò che io non riuscivo a reprimere qualche dubbio, tanto erano relativamente infrequenti cancellature, sbarre e sovrapposizioni di righe: se l’autore affermava il vero bisogna concluderne che il romanzo è uscito da un vero e proprio stato di grazia letterario”.

Francesco Orlando

europa-italia-lampedusa-e1370943296376 (1)Tomasi di Lampedusa spedì le poesie del cugino Lucio Piccolo a Eugenio Montale, certo del suo talento. Nel 1954 lo stesso Eugenio Montale presentò a San Pellegrino Terme gli scritti di Piccolo, a un convegno cui era presente anche Lampedusa; è proprio in seguito a questo incontro che comincia la propria attività di scrittore. Il gattopardo ebbe tre stesure:

– una stesura su quadernoni, in cui presero forma per la prima volta gli otto capitoli del romanzo, di cui il quinto e il sesto furono scritti per ultimi;

– una stesura dattiloscritta da Francesco Orlando sotto dettatura dell’autore, (e inviata poi alla Mondadori) che comprende solo i capitoli dal primo al quarto, il settimo e l’ottavo. Prima di morire, l’autore inviò il dattiloscritto al barone Enrico Merlo, insieme a una lettera in cui chiariva alcuni particolari dell’opera e certe sue volontà. Merlo restituì tutto a Gioacchino Lanza Tomasi dopo la morte del principe;

una stesura manoscritta dall’autore, del 1957, (un regalo al figlio adottivo Gioacchino Lanza Tomasi), che presenta alcune correzioni rispetto alle precedenti.

La prima edizione, curata da Giorgio Bassani per Feltrinelli, si basa in gran parte sul dattiloscritto e sul manoscritto, soprattutto per quanto riguarda la quinta parte e molte correzioni che il testo presenta rispetto al dattiloscritto: il risultato è un testo che presenta molte divergenze con il manoscritto del ’57, ragion per cui, nel ’68, Carlo Muscetta sollevò il problema, dopo aver confrontato l’edizione a stampa con il manoscritto.

“Esse (la versione dattiloscritta e quella manoscritta, ndr) sono entrambe assai prossime ad un testo definitivo, entrambe leggibili, con un numero esiguo di sviste. Entro questi limiti angusti, non mi sentirei di affermare che il manoscritto sia preferibile al dattiloscritto; lo è spesso, non sempre”.

Scrive Gioacchino Lanza Tomasi nella Premessa all’edizione Meridiani delle Opere di Tomasi di Lampedusa del 2004, per presentare una nuova edizione di cui spiega le ragioni rispetto a certe varianti nel romanzo del Gattopardo.

Il romanzo

Scritto dall’autore negli ultimi anni della sua vita, Il gattopardo è stato pubblicato postumo nel 1958 e l’anno successivo vinse il premio Strega. Tra le sue pagine Tomasi di Lampedusa racconta il declino del ceto aristocratico attraverso la decadenza della famiglia Salina dopo lo sbarco ddei Mille. Siamo nel 1860 e la famiglia Salina prega nei saloni della villa a Palermo, quando viene ritrovato un garibaldino morto nei giardini del palazzo. Da qui una serie di avvenimenti e di riflessioni sulla fine di un ceto sociale, attraverso gli occhi di don Fabrizio Salina, protagonista del romanzo. Il personaggio è ispirato al bisnonno di lampedusa, Giulio Tomasi, appassionato d’astronomia, i cui cannocchiali sono conservati a Palermo: anche don Fabrizio è appassionato di astronomia.

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Si tratta di un personaggio che rappresenta in pieno un ceto sociale che sta morendo, con la sua generosità verso i chi cura le sue terre, con la sua tendenza a non preoccuparsi di quantificare il suo patrimonio e i suoi possedimenti, con la sensazione netta che qualcosa che conosce bene stia scomparendo con lui. Ha un rapporto di adesione completa con i suoi luoghi, c’è una corrispondenza palpabile tra lui e le sue case: quando cammina per i corridoi trema l’impiantito; il più delle volte si sente a suo agio in tutte le sale meno che quella dell’amministrazione dove il conteggio dei feudi perduti non può confermare quest’adesione.

1z6tefpÈ sposato con Maria Stella, (così come il bisnonno Tomasi era sposato con una Maria Stella Guccia), da cui ha avuto sette figli, ma il rapporto con l’affascinante Tancredi Falconeri, suo amatissimo nipote, è fatto di una tenera complicità che li lega in modo particolare. È celebre il dialogo in cui Tancredi va a trovare lo zio per comunicargli che si è unito ai garibaldini e, dopo aver notato l’incredulità nel viso dello zio pronuncia la frase più famosa del romanzo:

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

Con questo Tancredi dimostra di aver capito che per non decadere insieme al suo ceto deve necessariamente cavalcare il nuovo stato di cose, deve partecipare alla trasformazione in prima persona, ed è per questo che indossa la camicia rossa e parte alla volta di Palermo.

Nel Gattopardo l’autore infonde le descrizioni e l’amore per i propri luoghi: una delle parti essenziali del romanzo è il viaggio verso Donnafugata, un paese che, come chiarito dallo stesso autore in una lettera al barone Merlo:

«Come paese è Palma, come palazzo è Santa Margherita».

Ciò vuol dire che la Donnafugata del romanzo non è quella che possiamo rintracciare nella cartina geografica, l’autore descrive Palma di Montechiaro e i privilegi di patron che a lui stesso furono riservati in una delel sue (poche) visite; mentre nel palazzo in cui i Salina trascorrono l’estate si può riconoscere Palazzo Cutò a Santa Margherita del Belice, luogo in cui lo scrittore passava le stagioni calde insieme alla sua famiglia. Il viaggio verso Donnafugata è in ogni particolare quello che realmente la famiglia faceva tutti gli anni, come il calore dell’accoglienza. In queste pagine del romanzo Lampedusa descrivere gli ultimi scampoli di devozione da parte della gente del paese, prima che il referendum sancisca l’avvento della Repubblica italiana e la fine della monarchia. Il sindaco del paese, Calogero Sedara, è un fiero sostenitore della repubblica, un vero e proprio borghese, descritto dall’autore come un personaggio che ama quantificare prezzo e valore di ogni bene, che sconosce certe buone maniere e che non ha il minimo gusto nel vestire.

9788807922220_quartaUno degli eventi più importanti a Donnafugata è l’incontro di Tancredi con Angelica, la bellissima figlia di Calogero Sedara. Angelica è procace, affascinante a tratti selvaggia; sinceramente innamorata di Tancredi, sa bene cosa vorrebbe dire un matrimonio con lui, la scalata sociale da nipote di contadino a principessa di Falconeri. E l’autore sottolinea spesso quest’ascesa descrivendola più volte nell’atto di salire le scale di casa Salina, in cima uno dei membri della famiglia nobile, per quanto decaduta.

Il capitolo in cui don Calogero e don Fabrizio discutono del matrimonio dei due ragazzi si chiama, significativamente, “Come ingoiare un rospo”. Don Fabrizio infatti deve ingoiare il compromesso storico che si sta per verificare, la sua famiglia si imparenta con chi non ha titolo, con chi non condivide i suoi valori, la sua cultura. Sa bene che questo porterebbe a Tancredi una ricchezza che il nome dei Salina non garantisce più, nonché un brillante futuro in politica. Nel frattempo il turbine sensuale dei giovani coinvolge tutti gli abitanti del palazzo, nonché tutti i suoi ambienti: tra le pagine più belle infatti ritroviamo quelle dedicate alle scorribande di Tancredi e Angelica nelle stanze disabitate del palazzo, dove restano soli e amoreggiano, dove trovano vecchi arnesi alla de Sade, o cilici che possono ricondursi agli antenati santi della famiglia Lampedusa, prima ancora della famiglia Salina.

Don Calogero Sedara festeggia il referendum, sicuro della vittoria, offrendo a don Fabrizio del liquore; può scegliere fra tre varietà che si distinguno per il colore, uno è verde, una è trasparente è l’altro è rosso: quasi come uno schiaffo all’ultimo gattopardo, farlo brindare al voto con i colori della bandiera italiana. Il referendum pone fine alla monarchia e sancisce la nascita della Repubblica italiana.  A questo punto compare un altro importante personaggio, Chevalley, con cui Fabrizio ha uno scambio che ha reso quelle pagine memorabili, un ritratto senza sconti della Sicilia e dei suoi abitanti. Chevalley invita Fabrizio a far parte del Senato della Repubblica, ma non ha idea di trovare di fronte a sé un uomo consapevole di non poter fare parte del nuovo stato di cose: si è trovato a cavallo di due momenti ben definiti, diversi, ma afferma di appartenere inesorabilmente a una classe decaduta. In questo si pone lontano da Tancredi, e rinuncia. Chevalley è presentato come un funzionario di grande onestà intellettuale.

Durante la permanenza a Donnafugata il principe Fabrizio visita come ogni anno il Monastero delel Benedettine. Questo capitolo deve molto alla visita di Tomasi di Lampedusa a Palma di Montechiaro a un paio d’anni dalla morte. Non era mai stato in quel paese che pure era stato fondato dai suoi antenati − i gemelli Tomasi − nel Seicento e di cui è stato patron. Come patron Lampedusa ebbe modo di visitare il monastero delle benedettine: il patron era l’unico uomo che avesse il permesso di mettervi piede, allo stesso modo don Fabrizio è l’unico che possa entrare al monastero, dove si fa ancora il dolce tipico che ancora oggi si può gustare a Palma di Montechiaro. Sia don Fabrizio che Tomasi di Lampedusa assaporano in occasione di questa visita antichi privilegi destinati alle famiglie nobili.

cover4Il ballo a palazzo Ponteleone resta una delle parti fondamentali del romanzo, quella in cui Angelica ufficializza la sua scalata sociale e il suo legame con Tancredi. Ma don Fabrizio non si trova più a suo agio come nel suo palazzo, all’inizio del romanzo: vaga da un salone all’altro senza trovare pace, tutti gli invitati gli sembrano come morti, destinati a svanire anche loro per il nuovo stato di cose. Sono i suoi amici, di nobili origini come lui, ma tutto è inesorabilmente cambiato. Pallavicino si aggira per il salone elogiando Garibaldi, le signore in visibilio intorno a lui quasi non capiscono che il mondo che hanno sempre conosciuto sta per essere rovesciato per mano di quel “barbuto Vulcano”. Calogero Sedara si aggira invece valutando, quantizzando il valore dei candelabri, degli stucchi, di quanto c’è di prezioso in quelle sale, disgustando Fabrizio che, pur essendo stato un ricco proprietario terriero, non ha mai pensato ai beni in quei termini.

Si rifugia in biblioteca e ne prende possesso: è vuota. Nella tranquillità di quella stanza, però, riflette sulla morte; proprio di fronte alla poltrona su cui si siede c’è La morte del giusto di Greuze, una tela che raffigura un moribondo sul letto di morte e tutt’attorno la sua famiglia in lacrime. Tancredi fa capolino dalla porta insieme ad Angelica, chiedendo allo zio se per caso corteggia la morte, quasi fosse una bella donna. Angelica esercita il suo fascino sul principe e lo convince a ballare con lei, malgrado lo sguardo geloso di Tancredi. Angelica e don Fabrizio ballano un valzer da soli, in mezzo al salone pieno di invitati che li ammirano. Stella li guarda con disprezzo, Concetta − la figlia del principe che era stata a un passo dal rivelare il suo amore per Tancredi − soffre indicibilmente. Fabrizio si sente gli anni che scivolano via dalle sue membra, subisce il fascino della bellezza della sua giovane dama. Più si fa strada tra l’alta società più don Fabrizio si sente a disagio nei luoghi in cui era sempre stato sicuro di sé.

L’ultima parte del romanzo è dedicata interamente alla morte del principe, che non muore nelle sue stanze, come avrebbe anelato, ma in un’impersonale camera d’albergo a pochi passi da quella che sarebeb stata l’ultima dimora del principe Lampedusa, nel quartiere della Kalsa a Palermo. La stanza d’albergo puzza, è intrisa di tutti coloro che l’hanno abitata di passaggio, don Fabrizio sente il rombo della vita che scivola via da sé, muore sotto gli occhi addolorati di Tancredi, quelli più freddi di Concetta e cede al fascino di una misteriosa, bellissima signora che viene a portarlo via, la morte. Casa Salina decade a poco a poco, le gambe stanche di Angelica si trascinano ancora su per le sue scale, in cima alle quali trova Concetta. Le sorelle Salina sono rimaste senza marito, zitelle che si sono rifuguate nella fede, nella collezione di reliquie che si rivelano poi false, vicenda che Lampedusa afferma di aver vissuto in prima persona. Il Gattopardo si chiude con la scena in cui Concetta si stanca di tenere nella sua stanza il cane Bendicò impagliato e lo fa gettare via. Bendicò cade nel vuoto in mezzo alla polvere. Lampedusa, nella lettera al barone Merlo, tiene a precisare che in quest’ultima pagina c’è la chiave di tutto il romanzo.

La vicenda editoriale

Il romanzo di Lampedusa è protagonista di un caso editoriale tra i più famosi. Il Gattopardo venne pubblicato nel 1958 da Feltrinelli, in un’edizione curata da Giorgio Bassani, ma prima di quel momento il manoscritto visse una storia che vale la pena di raccontare. Bisogna sapere infatti che l’autore aveva iniziato a scrivere il romanzo pochi anni prima, alla luce delle letture di una vita, condensate nei suoi appunti di Storia della letteratura francese e inglese. Lampedusa era un uomo straordinariamente colto, aveva letto quei capolavori in lingua originale e quindi si può dire che fosse un profondo conoscitore delle lettere.
L’anno decisivo per la genesi del romanzo è il 1954, in cui Lampedusa accompagnò il cugino Lucio Piccolo a un convegno a San Pellegrino, durante il quale Eugenio Montale presentò i Canti barocchi. È proprio in seguito a questo appuntamento letterario che il nobile siciliano cominciò a scrivere il suo romanzo. A San Pellegrino era presente anche Giorgio Bassani, che poi avrebbe pubblicato Il Gattopardo nella collana I Contemporanei. Nella presentazione del romanzo, Bassani racconta di quell’incontro e di come era venuto in possesso del manoscritto di Tomasi di Lampedusa, ossia chiedendo a vari interlocutori scelti di proporgli inediti che potessero fare al caso suo. Una di questi fu Elena Croce, che aveva custodito in un cassetto il manoscritto del principe per diversi mesi; non conosceva l’autore, né aveva letto il libro con attenzione. Nel frattempo però il romanzo aveva subito due rifiuti eccellenti, uno da Mondadori e l’altro da Vittorini (Einaudi), proprio pochi giorni prima della morte del principe, che morì senza la speranza di essere pubblicato.
Dopo aver letto il manoscritto, Bassani ricevette il capitolo Il ballo dalla moglie di Lampedusa, Alexandra von Wolff Stomersee; in un secondo momento Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo dell’autore, consegnò a Bassani il dattiloscritto del romanzo, che Francesco Orlando aveva scritto a macchina sotto dettatura del principe e che nel testamento aveva designato come la versione definitiva.
Il Gattopardo uscì l’11 novembre 1958 in 3000 copie, che andarono esaurite in breve tempo. Gioacchino Lanza Tomasi rievoca le recensioni di Carlo Bo, Paolo Milano, Eugenio Montale e Geno Pampaloni, che a suo avviso «avevano innescato il caso Gattopardo. Sono gli stessi che porteranno sette mesi più tardi Il Gattopardo alla vittoria dello Strega e sono anche coetanei di Lampedusa. L’accoglienza dei coetanei risultò difatti compatta e determinante». Le critiche non mancarono, di natura ideologica, soprattutto, nonostante questo il romanzo vinse il premio Strega dopo pochi mesi, nel 1958.

La lettera di rifiuto di Vittorini

Milano, 2 luglio 1957
Egregio Signor Giuseppe Tomasi, via Butera, 28 – Palermo

Egregio Tomasi, il suo Gattopardo l’ho letto davvero con interesse e attenzione. Anche se come modi, tono, linguaggio e impostazione narrativa può apparire piuttosto vecchiotto, da fine Ottocento, il suo è un libro molto serio e onesto, dove sincerità e impegno riescono a toccare il segno in momenti di acuta analisi psicologica, come nel capitolo quinto, forse il più convincente di tutto il romanzo.
Tuttavia, devo dirle la verità, esso non mi pare sufficientemente equilibrato nelle sue parti, e io credo che questo “squilibrio” sia dovuto ai due interessi, saggistico (storia, sociologia, eccetera…) e narrativo, che si incontrano e scontrano nel libro con prevalenza, in gran parte, del primo sul secondo.
Per più d’una buona metà, ad esempio, il romanzo rasenta la prolissità nel descrivere la giornata del “giovane signore” siciliano (la recita quotidiana del Rosario, la passeggiata in giardino col cane Bendicò, la cena a Villa Salina, “il salto” a Palermo, dall’amante, eccetera…) mentre il resto finisce per risultare piuttosto schematico e affrettato.
Voglio dire che, seguendo passo passo il filo della storia di don Fabrizio Salina, il libro non riesce a diventare (come vorrebbe) il racconto d’un epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni psicologiche del principe alle modificazioni politiche e sociali di quell’epoca.
E in questo senso, per la verità, non mi sembrano letterariamente nuovi i rapporti di don Fabrizio col nipote “garibaldino” Tancredi o col rappresentante della «nuova classe» in ascesa, don Calogero Sedara, o il matrimonio di Tancredi con Angelica, la figlia del Sedara, eccetera…
Il linguaggio, più che le scene e le situazioni, mi pare riveli meglio, qua e là, il prevalente interesse saggistico-sociologico del romanzo. Mi permetto di citarle qualche brano per maggiore chiarezza. “La parola snob era ignorata in Sicilia nel 1860: ma così come prima di Koch esistevano i tubercolotici, così in Sicilia, ecc. ecc. snob è il contrario dell’invidioso…” pag. 82; “Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità il desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate desiderio di morte… la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera e di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi dal nirvana…” pago, 128, ecc… ecc… Veda ancora in proposito il lungo colloquio di Don Fabrizio Salina con l’inviato piemontese Chevalley, da pagina 124 a pagina 133, e soprattutto i «discorsi» del principe al piemontese. Queste, in definitiva, sono le mie impressioni di lettore e gliele comunico pensando che, in qualche modo, potrebbero anche interessarle.
Per il resto, purtroppo, mi trovo nell’assoluta impossibilità di prendere impegni o fare promesse, perché il programma dei “Gettoni” è ormai chiuso per almeno quattro anni. Ho già in riserva, accettati per la pubblicazione, una ventina di manoscritti che potranno uscire al ritmo di non più di quattro l’anno. Il manosoritto glielo faccio avere con plico a parte.
Con i migliori saluti, suo Elio Vittorini.

Fonte

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